martedì, ottobre 06, 2009

Il Teatro degli Orrori













A Sangue Freddo
(La Tempesta)
(il disco in questione lo trovate in giro dal 30 Ottobre)
Un po' come per i Bloody Beetroots e con affinità elettive e contestatarie, per questo secondo capitolo della saga de Il Teatro degli Orrori c'era un'attesa spasmodica. Anche qua chilometri macinati, ma prettamente in giro per l'Italia a smuovere animi e budella, cervelli atrofizzati e sguardi spenti. Sputi in faccia in forma di roccioso rock e parole d'angoscia liberatoria e di amore assoluto. Ebbene, il miracolo si ripete. Rinnovato negli intenti e nella forma. Si mangia selvaggina cruda stavolta, digrignando i denti in vortici di bile da troppo tempo sopita. Il muro sonoro è ancora più chirurgicamente curato e prodotto dal certosino lavoro del Ragno Favero e le parole di Pierpaolo Capovilla sono pregne di idee, rabbia, amore, disperazione e vorticosa contestazione poetica. La maturità del secondo disco eccovela tutta spiattellata in faccia a suon di sputi e urla ragionate, muri melodico sonori e proclami a denti stretti. Si parte con calma, direttamente dal larsen che chiudeva "Nell'Impero delle Tenebre", subito infastiditi e sospettosi dell'abbaglio. Ma l'abbaglio è sostanzioso stavolta, e dopo la tenue "Io ti aspetto" parte subito il primo cartone in pancia. "Due" sanguina fin dal riff iniziale sporco e noise della chitarra. Di grinta come questa se ne riscontra raramente. Ed ecco che viene un pensiero, che Il Teatro degli Orrori stia piantando le radici di una svolta già attuata da altre fondamenetali rock band italiane, dai CCCP ai Ritmo Tribale, dagli Afterhours fino ai Verdena. Il rock italiano oggi, quello dei fottuti anni zero è questo, da affiancare per livore e ispirazione a quello di Vasco Brondi e delle sue Luci della Centrale Elettrica. Li vogliamo vedere affiancati alla prossima festa di Internazionale! E il cerchio si chiude, perchè citare Bob Rifo all'inizio non era tanto per fare propaganda, ma perchè c'è pure Bob qui dentro, intervenendo sintetico in "Direzioni Diverse" dove c'è da ballare, sì, incalzati e scappando, sotto la pioggia e nel fango, con una nenia malinconica in testa. E questa proprio nessuno se l'aspettava. Come nessuno si aspettava un disco immenso e anche migliore dell'esordio, perchè offre una macchina rock capace ancora di stupire ed emozionare come poche.

lunedì, settembre 21, 2009

The Bloody Beetroots





















Romborama
(Universal)
E finalmente arrivò. Dopo kilometri di tour in tutto il mondo, decibel bruciati nei corpi e nelle orecchie di milioni di giovani clubber e litri e litri di sudore sotto quelle maschere da supereroi cattivi ecco che Bob Rifo porta in dono alla musica contemporanea il suo opus maximus. Fin dal titolo roboante e rombante, ingombrante e frastornante. E va detto, "Romborama", che piacciano o non piacciano i Bloody Beetroots, è un disco importante. Perchè viene dal basso e dai bassi distorti di Bassano del Grappa di quel "punk with an attitude" che è Bob Rifo, mente fina che da anni si sbatte in cantine e poi in club e attaccato al computer per sfondare qualcosa. Il muro dell'indifferenza internazionale verso la musica italiana, il muro del culto dell'Italo Disco e del prog come uniche forme musicali "di qualità" universalmente riconosciute della nostra penisola, il muro del silenzio dell'informazione omologata nostrana verso la musica di qualità. Perchè c'è dell'altro e lui e Tommy col loro incessante sommovimento bellico operato in tutti i club del mondo l'hanno dimostrato. E ora sono qua con questo manifesto programmatico, un mastodonte di 21 tracce in cui confluisce tutto l'immaginario sonoro delle "barbabietole sanguinanti". Ci sono i barocchismi classici tra Rondò Veneziano e Giorgio Moroder ("Have Mercy On Us" con la next big thing Cécile), ci sono i synth zarri e sfrigolanti e quei beat iperpompati (in "It’s Better a DJ On 2 Turntables" o "Warp 1.9 (feat. Steve Aoki)") , ci sono le distorsioni che fanno tanto punk disco (in "Talkin’ In My Sleep (feat. Lisa Kekaula)" o la stessa titletrack con ospiti i Leather, ovvero parte dei The Locust), c'è l'eredità electro rap di Afrika Baambaata (nella versione internazionale rappresentata dai Cool Kids in "Awesome", nella versione italiana da Marracash in "Come La"), ci sono anche delle "ballate" elettroniche in cui i beat si stemperano e la melodia esonda (in "Second Streets Have No Name (feat. Beta Bow)" o "Little Stars (feat. Vicarious Bliss)"). C'è di tutto, a dimostrazione che il dopo Justice, volenti o nolenti, è "Romborama", con tutti i pro e i contro del caso. Diciamo pure che l'ostacolo principale per affrontare un'opera come questa è il suo essere estremo a tutti i costi. Un'aura di pesantezza aleggi minacciosa. Si fa difficoltà ad arrivare in fondo, anche se le perle si trovano nel tragitto. Si fa difficoltà ad accettarlo come un lp da ascoltare dall'inizio alla fine. Ma in generale tutte i dischi di questo tipo hanno dimostrato questa debolezza, fino ad ora. Dai Justice, ai Digitalism, fino a Boys Noize: sfido chiunque a resistere fino all'ultimo minuto di ognuno di questi dischi. "Romborama" non fa la differenza, in tal senso. Ciò non sminuisce, comunque, la sua importanza concettuale e musicale.

martedì, ottobre 02, 2007

Supernaturals

















Record One: Ufomammut & Lento
(Supernatural Cat)

Latito da troppo tempo. Si questo è inammissibile. Ma non ci sono ma. Ecco che consiglio senza riserve questa bestia rara, questa collisone di pianeti che collassano, questa esplosione umorale di feedback e lentezza soniche. Ufomammut e Lento, chiusi al Locomotore Studio di Roma, patria dei Lento, ad ammazzarsi di canne e visioni ultraterrene, a far fuoriuscire demoni sepolti ma mai sopiti, in 6 tracce dalla potenza evocativa inarrivabile. Qua si macellano le anime, si scopre che la catarsi cosmica è un qualcosa che può essere concepito. Si affonda in un magma caldo ed evocativo, per iremergerne felicemente spossati. Lento come "Fores of Equilibrium" inarrivabile debutto/capolavoro dei Cathedral, plumbeo come i Kyuss di "Mondo Generator", denso come le costruzioni carnose dei Melvins. Da scoltare a massimo volume, non c'è manco da dirlo. QUesto primo capitolo di collaborazioni malate tra band targate Supernatural Cat non può che stimolare la nostra fantasia sui possibili connubi futuri: Ufomammut e Morkobot cosa potrebbero produrre se chiusi in una stanza per tre giorni? Non oso immaginarlo. Intanto godetevi questo seguito ideale di "Lucifer's Songs" degli Ufomammut, ficcante antipasto di ciò che sarà il debutto "Earthen" dei Lento, in arrivo a breve sempre via Supernatural Cat.

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sabato, aprile 14, 2007

Stefano Pilia






















The Suncrows Fall and Tree
(Sedimental)

"Play It Loud" lo dice anche Stefano tra le note di copertina. E questo è fondamentale. Qua ci sono suoni impercettibili e avvolgenti, un magma volatile che ti avvolge se ascoltato a dovere. Una cura nell'assemblare il tutto davvero encomiabile. E il tutto non è poco, anche se non si nota a un ascolto superficiale. Il tutto è un mix di chitarre elettriche, field recordings, microfoni, sine waves, pianoforte, nastri trattati, tubi di pvc, strumenti suonati dal vento e filtri. Insomma un buon campionario di atmosfere. Ma chi è Stefano Pilia? Chitarrista nei 3/4 Had Been Eliminated, ensamble italico di rock destrutturato strumentale molto apprezzati da Stephen O'Malley, sorta di ambient rock per robot pensanti, soliti destreggiarsi tra performance e circuiti teatrali (voglio ricordare l'ottimo ed evocativo Panorama_Venezia con la compagnia performativo-teatrale Zimmerfrei), gallerie d'arte e centri sociali, teatri e quant'altro. Rispetto alla formazione madre c'è più sinuosità nei due lunghi movimenti di "The Suncrows Fall and Tree", curve e onde piuttosto che spigolosità da circuiti che s'inceppano e ritmiche frante. Viene in mente Dean Roberts, come anche Brian Eno o Lionel Marchetti. Sono paesaggi immaginati, colonna sonora per film inesistenti, sogni ad occhi aperti, ricordi ad occhi chiusi i due movimenti da una ventina di minuti l'uno di "The Suncrows Fall and Tree". Sono ricerche sulla percettibilità del suono, sul suo trasformarsi in vibrazione impalpabile, sul suo insinuarsi sottopelle con delicatezza e malinconia raffinate. E mi raccomando:"Play It Loud!", i vicini non si lamenteranno più di tanto stavolta.

lunedì, marzo 05, 2007

Jesu




















Conqueror
(Hydrahead/Good Fellas)

Justin Broadrick, personaggio defilato ma attivissimo nel panorama musicale contemporaneo. Negli ultimi ventanni è passato attraverso esperienze musicali tra le più innovative in campo di sperimentazione rock. Qualche nome: Napalm Death, Head of David, Godflesh, Scorn, God, Techno Animal, Final e gli Jesu, formazione aperta, con all'attivo due dischi e due ep. Che con "Conqueror" stupisce. L'approccio è il granitico sfaldarsi progressivo di quelle chitarre e di quei timbri che hanno fatto dei Godflesh un qualcosa da venerare e studiare. Ma Justin questa volta canta. La sua voce non è solo un suono. Ballate lente e pesanti, struggenti e inesorabili. Il peso specifico è quello di una tensione costante, di quella tensione che ti costringe le viscere, che ti fa serrare le mascelle, te le fa diventare doloranti nel tentativo di trattenere lacrime liberatorie. Da tutto queato peso emerge una sensazione come di dolce liberazione. Un senso di sfogo interno, ragionato ma essenziale. Perchè c'è un'afflato melodico, un'apertura verso lumi siderali che accecano, che nei passati tentativi era inesistente. Chiusi come erano in cupe e lugubri caverne di oppressione l'esordio omonimo del 2005 e i due successivi ep ("Heartache" e "Silver", sempre entrambi su Hydrahead; ma in arrivo c'è un altro ep intitolato "Sun Down / Sun Rise"). Ma ora si respira. Si respira un'aria fresca, quasi. Un respiro che può ricordare certo materiale targato God Machine, con le debite distanze, s'intende. In "Conqueror" è presente un'aura mistica in forma di tastiere che affiancano spesso, stratificate, l'incedere inesorabile dei riff lentissimi. Le dinamiche sono limitate, tutto viaggia lento e dolcissimo, in contatto con un ritmo che potremmo definire quasi naturale, legato al normale svolgersi delle attività biologiche. Lontanissmo dalla frenesia del mondo contemporaneo, ma non certo sordo al suo rumore metallico, al suo carico di lacrime represse e denti stretti. E sale alla memoria lo sguardo in bianco e nero di un Ian Curtis, che saluta da lontano, nell'ombra...

mercoledì, dicembre 27, 2006

Khlyst


Chaos Is Mine
(Hydrahaed/Good Fellas)

Un turbine nero, direttamente dalle fauci di Runhild Gammelsaeter, biondissima, schiva e norvegese valchiria del black metal, urlatrice d'altri mondi nei Thor's Hammer. Dall'altro lato il gemello artistico di Stephen O'Malley, ovvero James Plotkin, sperimentatore del lugubre e del catacombale, dell'estremo e del ricercato, perlustratore di suoni neri attraverso progetti solisti e collaborazioni illustri. Nel suo curriculum figurano nomi come Khanate, Phantomsmasher, Sunn0))), Lotus Eaters e O.L.D.. Un navigatore della notte, della nebbia e dei meandri più nascosti dell'animo umano. Con Khlyst mette assieme la frammentazione death/black jazz dei Kahnate con le arcate scure dell'ambient della Cold Meat Industry. Ed è come tuffarsi in un mare nero, come entrare in un incubo di Lynch, come perdersi nelle animazioni dei fratelli Quay o dei video dei Tool. Non c'è via d'uscita, solo l'incubo che ti avvolge, se non stai all'erta. E il gelo entra nelle ossa e ti scalda...

martedì, novembre 21, 2006

Deftones






















Saturday Night Wrist
(Maverick/Warner Bros)

Una mia amica dice che questo ennesimo paletto nel cuore dei Deftones è femmina. Che questo disco ha una dolcezza violenta. Uno struggente tuffo nelle lacrime che ha più del femminile che del maschile. Sarà, però io lo sto consumando. Come mi sto consumando io ad ascoltarlo e a versare lacrime ogni volta che Chino e i suoi compari attaccano un riff o una melodia delle loro. Un urlo dolce, ad ogni minuto che ci trascorri assieme. Un caldo fiotto di sangue che scalda. "Adrenaline" era intitolato il loro folgorante esordio. Ancora adrenalina hanno da spendere. La sanno convogliare senza rabbia fine a se stessa. Ancora una volta in dodici perle cangianti. Che sanno attraversare le viscere senza sosta, a ripetizione. L'attraversamento è catartico, per chi ne sa fare tesoro. Io ci soccombo ogni volta, spossato. Le chitarre sono laceranti e la voce di Chino eleva. Anche quando le atmosfere si fanno più soffuse e morbosamente languide. Affondare e dolce in questo letame che si scerzia di vibrazioni elettroniche. La lezione Team Sleep qui è appresa e convogliata. Chino soffre con te che ascolti. E ti viene spontaneo accompagnare i suoi lamenti ragionati, le sue tormentate melodie. Correre dietro a quegli occhi lucidi, gli stessi che hai quando hai di fronte alla fonte dei tuoi turbamenti. Che possono essere ricordi, e allora è malinconia. Che possono essere affari stantii del presente, situazioni che ti ammorbamno. Che possono esser gli occhi di un amore irrisolto o che non vuole nascere. Qualunque cosa sia, questa musica l'aiuta a foraggiarsi di capillari. Di vene in cui far fluire liquidi che credevi sopiti o inariditisi per la routine di una vita che si era dimenticata di esser vissuta. E allora rinasci, ti ritrovi, ritrovi un senso. E continui ad ascoltare, a crecare di acchiappare particolari nuovi ogni volta. Come fosse la prima volta. E affondi. E riemergi. E questa musica diventa solo tua, di nessun altro. Solo tu puoi dargli un senso. Perchè ci sei dentro fino al collo e ci vorresti affogare dentro. Morirci. Se stai giù, questa melassa vitaminizzata ti tira su. O almeno, a me fa l'effetto di mille Redbull. Mi porta sopra le nuvole nere di un esistenza che sembra senza senso, inutile. Sta a chi ascolta fare tesoro delle vibrazioni, delle scariche di adrenalina, della dolcezza, della sensualità che percorre ogni nota di questo album, lo ripeto. Il prossimo sarà sempre la stessa cosa. Una scoperta. L'ennesima epifania. Perchè i Deftones non hanno mai deluso. Mai. E non lo faranno mai. Sono nati per raccontarci come si fa a soffrire senza morire. Come si fa a emergere dalle ceneri. Ogni volta fenici. Ogni volta felici. Per quel tanto che basta per andare avanti, per un tratto di strada. Gli scossoni ritornano, ma almeno qualcosa a cui attaccarci, a cui fare affidamento c'è. Ed è tutta nostra, ancora una volta.